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14.10.2007 00:05
Quattro chiacchiere con la storia
di ellebi

Alex BindaOggi Diario Rossazzurro propone un amarcord. Abbiamo infatti rintracciato Alexandro Binda, uno dei tanti protagonisti anonimi cui Catania ed il Catania devono moltissimo. Senza lui e gli altri ragazzi del 1993, infatti, difficilmente la società rossazzurra avrebbe potuto sopravvivere e risalire fino a tornare grande. E di certo i successi più recenti non avrebbero quel sapore epico che assumono nel ricordo di chi ha vissuto gli anni difficilissimi dell'Eccellenza, del C.N.D., ma anche le successive stagioni di C. Ringraziamo Alex per il tempo che ci ha dedicato, ma soprattutto per quanto ha fatto nell'unica stagione in cui ha vestito il rossazzurro, accettando di scendere di categoria pur di contribuire alla rinascita. La lunga chiacchierata che pubblichiamo oggi è anche una riflessione a largo raggio sulla nostra realtà, fra passato e futuro, passando per il presente.

Alexandro, che ricordo hai di quell'annata calcistica 1993-'94 che, per forza di cose, non potè che essere un campionato di transizione per il Catania, ma che riveste un’importanza fondamentale nella storia della compagine etnea?
«La stagione 1993-'94 rappresenta per la città di Catania e per il Calcio Catania un'annata certamente tormentata, una tappa di transizione che nella storia del calcio italiano, e non solo, non dovrà mai essere dimenticata. La squadra del compianto presidente Angelo Massimino si apprestava quell'anno a disputare il campionato di serie C1 con ottime prospettive, ma per varie vicissitudini si ritrovò a lottare a colpi di carta bollata per evitare la radiazione dai quadri federali. La durissima battaglia legale fu vinta a metà: il Catania venne infatti escluso dai campionati professionistici e dovette ripartire dal campionato regionale d'Eccellenza. Ricordo che nell’estate del 2003 (quando il Catania si trovò nuovamente a lottare con la federazione sul piano legale, ndr), ho seguito attentamente il nuovo "caso-Catania" che teneva banco su tutti i quotidiani nazionali, memore di quel precedente che avevo vissuto in prima persona»

Si trattò di una vicenda decisamente grottesca che tuttavia ti diede l'opportunità di arrivare in rossazzurro, sia pure con poche certezze. Per tutta la stagione 1993-'94 il Catania fu infatti accompagnato da voci che parlavano di un possibile ripescaggio "riparatore" in C1 che sarebbe dovuto arrivare nell'estate del 1994 e che poi non ci fu. Come avete vissuto voi giocatori una situazione tanto anomala, in cui la squadra, peraltro ammessa in Eccellenza a campionato iniziato, non sapeva nemmeno quanto avrebbe pesato il piazzamento finale in classifica?
Alex Binda in azione con la maglia della Centese (1996)
Alex Binda in azione con la maglia della Centese (1996).
«Intanto devo dire che, anche se venivo da una serie C2, accettai immediatamente il trasferimento a Catania indipendentemente dalla categoria: la piazza di Catania per me era, ed è tutt'oggi, mitica! È stato davvero un onore vestire il rossazzurro. Ovviamente in quell'annata la tifoseria non aveva gradito l'esclusione dalla serie C1, ma tutti noi, giocatori, tifosi e dirigenti, ci siamo rimboccati le maniche e siamo partiti con l'obbiettivo di portare il Catania nella categoria superiore nel più breve tempo possibile. In effetti c’erano delle voci su un possibile ripescaggio in un campionato professionistico a fine stagione, ma nulla di più. La partenza in campionato è stata ad handicap, abbiamo iniziato un mese dopo le altre squadre, giocando le partite di campionato quando ancora eravamo in fase di preparazione. Spesso disputavamo i recuperi il mercoledì, facendo quindi tre partite a settimana e due sedute di allenamento negli altri giorni, senza mai un giorno di riposo, per poter acquisire nel minor tempo possibile una condizione atletica ottimale e creare un gruppo vincente. Ricordo quanto sia stato difficile: l'obbligo di vincere subito per far ammorbidire una piazza ancora avvelenata non ci aiutò a cominciare bene. Abbiamo infatti avuto alcune difficoltà iniziale, com'era ovvio che fosse, subendo anche qualche giustificata contestazione dei tifosi, che tuttavia erano sempre pronti ad incitarci e farci sentire il loro calore quando si trattava di lottare per conquistare i punti sul campo. Ma contro di noi tutti gli avversari facevano la partita della vita, bisognava pertanto calarsi in una realtà ben dura, ma con il tempo (e soprattutto dopo la partita vinta a Piazza Armerina, tra l'altro grazie ad una mia botta da fuori), la squadra acquisì morale e consapevolezza nei propri mezzi. Quando la squadra assunse una fisionomia definitiva, forte di un'ossatura che poteva contare su gente di temperamento come Pincio, Sparti, Belnome, Juculano, e di qualità come Visca, Mariano, Gambardella, le cose migliorarono e, dopo un'interminabile rincorsa, finimmo al terzo posto e fummo successivamente ammessi al Campionato Nazionale Dilettanti. Fu un riconoscimento meritato anche per i tre tecnici che si avvicendarono sulla nostra panchina in quella stagione. Cominciò il campionato Osvaldo Jaconi, che era stato ingaggiato per il campionato di C1 mai disputato e che, poco dopo la conclusione della contesa con la federazione, si accasò al Castelsangro che condusse in due anni all’incredibile doppio salto dalla serie C2 alla serie B. Un tecnico preparato e umano, ma anche meticoloso e pignolo, un vero psicologo che non lasciava mai nulla al caso, anche fuori dallo spogliatoio. Partito Jaconi, la squadra fu affidata a Franco Indelicato, allenatore delle formazioni giovanili, quindi subentrò Lorenzo Barlassina, persona splendida, ottimo tecnico, ex allenatore dell'Aosta in serie C2 ed ex giocatore del Catania.»

Che ricordo hai della città?
«La città di Catania mi ha lasciato dei ricordi indescrivibili: una città solare, gente ospitale, sempre pronta ad aiutarti, persone sincere! Io vivo al Nord, ma bisogna provare per credere, l'ospitalità e la generosità delle persone di Catania non hanno uguali! Ricordo un aneddoto. Una domenica, terminata la partita vinta in casa con il Gravina capolista, mi accingevo a posare la macchina nel garage e mentre ero di schiena mi chiamarono per nome. In quel momento mi spaventai, pensai a qualche tifoso in vena di contestazione, ma non era così, al contrario si erano si presentati a casa mia per complimentarsi per la gara e per la mia prestazione. Si tratta di situazioni che possono capitare solo al Sud, dove la passionalità ed il calore dei tifosi sono eccezionali. E come dimenticare l'esordio in campionato in notturna contro il Paternò? Finì zero a zero, ma lo spettacolo fu sugli spalti dove si affollarono almeno 15.000 spettatori entusiasti di ritrovare la loro squadra dopo quell'estate incredibile che aveva fatto temere il peggio. Avrei voluto prolungare la mia esperienza in rossazzurro tanto che nel 1995, quando Franco Mazza (all'epoca direttore sportivo del Catania, ndr) mi contattò per propormi di tornare a Catania per affrontare la serie C2 non esitai a rescindere il contratto che mi legava al Varese, ma poi Mazza non si fece più trovare e io mi ritrovai senza squadra.»

Certamente una brutta delusione, come proseguì la tua carriera?
«Decisi di scendere di categoria e giocare in squadre dilettantistiche di Eccellenza. In realtà eravamo dilettanti solo di nome e non di fatto, tanto che affrontavamo giornalmente allenamenti pomeridiani e tutti o quasi i componenti delle squadre in cui ho giocato erano ex professionisti come me. Ricordo un anno travolgente nel Sant'Angelo Lodigiano, formazione che vantava una media di 2.000 spettatori a partita e con la quale ho conquistato una promozione in serie D. Ma ero un po' troppo lontano da casa: 220 Km da percorrere ogni giorno, così la stagione seguente decisi a malincuore di passare alla Catellettese (Novara), che oggi milita in serie D, ma che non aveva lo stesso seguito del Sant'Angelo. Anche a Borgomanero (sempre vicino Novara) andò abbastanza bene. Poi ho concluso la carriera nella squadra del mio paese assumendo il ruolo di allenatore-giocatore e vincendo subito il campionato. Ma il mio obbiettivo era quello di trovarmi un posto di lavoro, così ho fatto diversi concorsi, finché non ne ho vinto uno proprio vicino a casa mia, ad Osmate, incantevole paesino su Lago Maggiore, dove svolgo tuttora il lavoro di Agente di Polizia Locale. Ma il calcio fa ancora parte della mia vita: attualmente alleno due squadre giovanili di Ispra, in provincia di Varese, il mio paese di origine, dove vivo insieme alla mia Maura, splendida ragazza originaria di Casale Monferrato (Alessandria)

Torniamo un attimo al Catania del 1993. Che ricordo hai del presidente Angelo Massimino?
«Il Presidentissimo Angelo Massimino l'ho conosciuto benissimo. Era una persona carismatica, un monumento del calcio Italiano, un uomo molto deciso e grintoso, ma anche molto buono e comprensivo, un presidente che voleva sempre il contatto diretto con i suoi giocatori. Ed era molto esplicito nel farsi capire! Ci vedevamo quasi ogni giorno, mi chiamava e a volte mi convocava a casa sua perché voleva essere sempre aggiornato sull'andamento quotidiano della squadra. Ricordo molto bene le sue improvvisate a casa mia: erano saette che "volavano" per il troppo affetto per la squadra. Io cercavo sempre di rasserenarlo e lasciarlo tranquillo. Una domenica, prima di Juventina Gela-Catania, venne nello spogliatoio e, con voce soffusa e pacata e con un santino in mano, ci disse: "Io mi metto dietro la porta avversaria e devo solo contare i goal!" Per fortuna abbia vinto...
Angelo Massimino era così: ha dato anima e corpo per il Catania. Quando, nel marzo 1996, appresi dai media la tragica notizia della sua scomparsa, mi stavo recando all'allenamento (giocavo nella Centese in C2 ) e ci rimasi davvero malissimo. Provai un grande dispiacere e mi vennero in mente le belle giornate trascorse a discutere con lui.»


Ora fai il poliziotto, come hai vissuto i drammatici avvenimenti del 2 febbraio?
«Naturalmente ho vissuto male e con grande apprensione gli avvenimenti del 2 febbraio culminati con la morte dell'Ispettore Filippo Raciti, una persona devota al proprio lavoro che per l'assurdità di un gesto scellerato e sconsiderato ha perso la vita. Un uomo che è morto per tutelare l'incolumità delle persone e delle famiglie che andavano allo stadio a vedere una partita di calcio, a trascorrere una giornata di relax. Una cosa del genere non deve più succedere, la violenza non è sport ed i veri tifosi del Catania lo sanno. I violenti, che sono teppisti e non tifosi, vanno isolati per il bene di tutti, della società civile. Filippo Raciti deve continuare per sempre a vivere nei nostri cuori.»

Come giudichi i provvedimenti assunti dal Governo e dalla Giustizia sportiva dopo il 2 febbraio, ritieni che il calcio possa recuperare credibilità o presto tutto tornerà come prima?
«Dopo quel triste episodio il Governo e la Giustizia Sportiva ha preso provvedimenti logici ed a volte drastici per tutelare tutto il sistema. Approvo questo tipo di condotta anche se non si può non notare con amarezza che in Italia deve succedere sempre qualcosa di veramente grave perché vengano prese le contromisure adeguate, magari sull'onda emotiva di una tragedia immane ed irreparabile.»

Hai una tua ricetta su come migliorare l'attuale situazione?
«Una ricetta per migliorare le cose? No, assolutamente non posso averne, ci mancherebbe.....Per questo ci sono gli organi preposti in materia che devono assumere provvedimenti e farli rispettare. Mi sembra comunque che ci si stia avviando sulla giusta strada. Tutti insieme, dai tifosi alle società, dai calciatori alle forze dell'ordine, dobbiamo collaborare per raggiungere lo stesso obbiettivo, quello di un calcio più bello, pulito e sicuro.»

L'immagine di Catania è stata irrimediabilmente macchiata da quel tragico evento, ritieni che la città abbia le potenzialità per rialzarsi?
«Chiaramente l'immagine della città dopo quei fatti è stata un po' offuscata, ma credo che Catania abbia l'obbligo di reagire, nonché i mezzi necessari per crearsi di nuovo un'immagine positiva, quella che i tifosi veri e la città di Catania meritano.»

Veniamo al Catania di oggi. L'attuale società sembra voler portare avanti una politica che storicamente è sempre mancata a Catania, quella di una programmazione a lungo termine su solide basi. Significativo in proposito è il progetto della costruzione di un centro sportivo di proprietà della società che colmerebbe la cronica carenza di strutture che finora ha ostacolato la valorizzazione del vivaio rossazzurro. Ritieni che sia la strada giusta e che città e squadra abbiano le carte in regola per seguire le orme di realtà del nord che possono già contare su strutture moderne?
«Da quanto ho letto, l'attuale società ha in cantiere importanti progetti per migliorare in futuro l'impiantistica sportiva della città, primo fra tutti quello del centro sportivo. Mi auguro che questa idea venga concretizzata nel più breve tempo possibile, per il bene della società e dei calciatori che ne trarrebbero un beneficio importante. In parecchie zone del meridione c'è infatti una situazione certo non idilliaca dal punto di vista strutturale e logistico. Molte società fanno enormi sforzi per trovare campi adeguati dove potersi allenare comodamente in settimana, senza sobbarcarsi chilometri di viaggio per utilizzare strutture più idonee. Penso che Catania possa tranquillamente ambire ad una sua struttura privata come altre realtà del Nord, vedi Udine, Chievo, Empoli, Atalanta, senza dimenticare le superpotenze come il Milan e l'Inter. Il Catania gioca in serie A ha una società forte, ambiziosa e strutturata bene che pertanto merita un proprio centro sportivo, soprattutto per migliorare il settore giovanile, bacino fondamentale per la prima squadra. Insomma: salviamo il made in italy!! L’argomento mi sta particolarmente a cuore proprio perché attualmente alleno il settore giovanile dell'A.C. Ispra. (la prima squadra milita in seconda categoria). Ebbene, abbiamo un campo da calcio per l'allenamento ed un altro campo (dove gioca una giovanile del Varese Calcio), con tanto di una tribuna coperta: un complesso che anche in Lombardia molti ci invidiano. Inoltre possiamo contare su una struttura nuovissima dedicata unicamente al settore giovanile ed un'altra indipendente per la prima squadra. Ed ancora, abbiamo un campetto sintetico per la squadra di calcio a cinque che milita in serie C1 con relativi spogliatoi indipendenti, nonché una tenso-struttura che ci permette di allenarci al coperto e al caldo in caso di brutto tempo. A proposito, sarei felicissimo di poter ospitare il Catania Calcio proprio a Ispra (che dista appena 40 minuti di macchina da Milano), in occasione di una delle trasferte lombarde dei rossazzurri. Sarebbe per me un vero piacere.»

Bene, gireremo l'invito al Catania Calcio. Passiamo al calcio giocato, che ne pensi del cammino del Catania in questa seconda stagione di Serie A dopo tanti anni di assenza?

«Dopo un avvio in sordina, il Catania sta carburando. Il bel pareggio di San Siro contro il Milan è decisamente un buon viatico per intraprendere una stagione tranquilla, sperando che il cammino sia più costante rispetto a quello dell'anno passato e si possa raggiungere il più possibile la sospirata salvezza, magari togliendoci anche qualche soddisfazione in primavera.»

Infine un pensiero per il tuo ex pubblico.

«Un saluto doveroso e calorosissimo al mio caro e fedelissimo pubblico, che mi ha sempre sostenuto, protetto ed incitato in tutta la stagione che ritengo stupenda per ciò che ho ricevuto da società, tifosi, ma anche per quello che di buono penso di aver dato. Grazie ancora, vi porterò sempre con me!! Siete unici ed inimitabili veramente! Un abbraccio da Alex Binda!»

Un abbraccio ed un ringraziamento a te, caro Alex, da parte di Diario Rossazzurro e di tutta la Catania sportiva, quella che non ha dimenticato i momenti più difficili della propria storia, nè i personaggi che hanno contribuito a trasformarli in un ricordo lontano.


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