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Diario Storico
17.03.2011 07:00
Storia del Calcio, Storia d’Italia
di FabioConti

Oggi, 17 marzo 2011, si festeggiano i 150 anni della proclamazione dell’Unità d’Italia. 150 anni di storia che attraversa la nostra terra e incide sulla nostra personalità, 150 anni di cultura che, strada facendo, si è affinata attingendo usi e costumi dai tanti popoli che hanno calpestato il suolo italico lasciandoci parte della loro anima come patrimonio indelebile.

Oggi si festeggia la nostra anima di popolo italiano. La domanda che faccio e mi faccio è la seguente: qual è il modo migliore per celebrare il 150° dell’Unità d’Italia? Senza ombra di dubbio il modo migliore per onorare questa data consiste nell’impegno collettivo di non disperdere il patrimonio culturale che ci rappresenta. Conoscere la storia d’Italia vuol dire conoscere noi stessi, ricordare i padri che ci hanno preceduto e che hanno contribuito a fare di noi quello che oggi siamo è indispensabile.

Da politologo e studioso dei fenomeni sociali affermo che una collettività è tale quando conserva la capacità di codificare e comprendere i simboli che la compongono. Quando una collettività non si riconosce più in un linguaggio simbolico è destinata a scomparire nel nulla, d’altronde la storia è piena di comunità scomparse; Conoscere la storia vuol dire potere costruire il futuro.

Occorre tuttavia dire che in questa particolare fase storica smarrire il proprio passato è facile: l’insicurezza economica e la precarietà lavorativa hanno reso particolarmente fragile l’individuo, la gente schiacciata dalla crisi vigente si concentra sull’immediato, sulla propria sopravvivenza quotidiana e così facendo tende a tralasciare sia il passato che il futuro; la cultura collettiva cambia, assorbita dal pensiero unico che il mercato mondiale impone come fa notare il filosofo Zygmunt Bauman attraverso la sua opera “La Società Liquida”, anche questo contribuisce ad oscurare le nostre radici; infine bisogna precisare che anche la televisione, con il suo carico di programmi dal basso livello culturale (dai quiz ai reality), incide negativamente sulla personalità degli individui, soprattutto bambini e anziani, contribuendo allo smarrimento generale e collettivo che sembra essere oggi il segno distintivo dei nostri tempi. Tutte concause che rischiano di disperdere la memoria storica e fare di noi un popolo vuoto.

Per queste ragioni raccontare la storia, soprattutto ai giovani, è fondamentale, occorre solo trovare il modo migliore per rendere la storia materia appetibile e non noiosa. L’idea per risolvere questo dilemma consiste nel narrare le parti più significative della storia d’Italia attraverso la storia del calcio. Il calcio, per la sua universalità, è un collante che unisce tutti: gente comune e intellettuali, giovani e anziani, uomini e donne, destra e sinistra, inoltre è lo sport più seguito dagli italiani quindi fa presa sull’interesse dei giovani. Una cosa è raccontare ai giovani la storia del Regno d’Italia, un’altra cosa è raccontare la storia della nazionale azzurra. Le possibilità di coinvolgere i giovani attraverso la storia del calcio sono molto alte.

Porto degli esempi sintetici che possono aiutare a comprendere meglio il progetto: la prima partita ufficiale della Nazionale Italiana è datata 1910 e fu giocata contro la Francia. La Nazionale scese in campo con la maglia bianca, solo l’anno seguente indossò come colore l’azzurro il colore ufficiale di Casa Savoia. Quindi c’è la possibilità di parlare dei Savoia, spiegare che non sempre l’Italia è stata una Repubblica ma in passato era una monarchia.

Durante il regime fascista l’Italia vinse i mondiali del ‘34, il torneo olimpico del ‘36 e rivince i mondiali del ‘38. Il Duce Benito Mussolini speculò molto sulle vittorie ottenute dalla Nazionale Azzurra, tali successi vennero utilizzati dal regime per promuovere l’immagine dell’ “uomo nuovo fascista”, l’italiano forte, atletico, temerario, destinato alla vittoria. Dopo il 1938 i mondiali vennero sospesi per lo scoppio della II Guerra Mondiale (1939). Con questo secondo esempio si evidenzia la possibilità di raccontare l’Italia durante il fascismo, il tipo di cultura che il Ministero dell’Educazione Nazionale (ex ministero della Pubblica Istruzione così rinominato dal governo Mussolini nel 1929; Ritornò Ministero della Pubblica Istruzione con Regio Decreto del 29 maggio 1944, n. 142, da parte del Governo Badoglio II) cercò di diffondere; così diventa possibile parlare dell’orrore della II Guerra Mondiale senza annoiare i ragazzi.

La crisi che la Nazionale Azzurra sta vivendo oggi è emblematica e rappresenta la crisi generale del nostro sistema, anche questa è storia, anche lo sbandamento generale che fra l’altro ha toccato perfino il mondo del calcio fa parte del contesto economico-sociale odierno, una crisi che non è piovuta all’improvviso ma si snoda lungo il corso della nostra storia. Inoltre è possibile anche affacciarsi al di là dei confini nazionali, la celebre nazionale russa che giocava con la maglia rossa con su scritto CCCP è scomparsa insieme al crollo del Muro di Berlino.

Spero che questi esempi siano sufficienti per spiegare, se pur in maniera sommaria e non esaustiva, l’ambizioso progetto che intendo portare avanti. Colgo l’occasione per ringraziare vivamente e sinceramente la Redazione di “Diario Rossazzurro” che ha creduto in questo progetto ed ha accettato la mia collaborazione offrendomi uno spazio per raccontare volta per volta un pezzetto di storia attraverso il calcio, chiaramente in questo caso concentrerò molto l’attenzione sulla storia della Sicilia. Esprimo la mia gratitudine alla Redazione e sono lieto di collaborare con una realtà della quale condivido la passione per il Catania Calcio e l’idea di divulgare una cultura autenticamente sportiva aborrendo la violenza che spesso purtroppo macchia lo sport trasformandolo in cronaca nera.

Voglio dedicare il piccolo spazio che curerò a Francesco Calì, difensore e primo capitano della nazionale italiana, esordì con la nazionale nel 1910 giocando contro la rivale Francia. Calì è nato e cresciuto a Riposto in provincia di Catania, poi si trasferì a Genova. Terminata la carriera di calciatore rimase a Genova dove visse stampando e commerciando cartoline. Dedico a Calì questo spazio perché giudico tale personaggio molto carismatico e, soprattutto, perché pochi ricordano che il primo capitano della nazionale era un siciliano di origine catanese; perché non prenderci d’orgoglio ogni tanto?

In questo giorno particolare faccio tanti auguri a questa Italia che merita di riscoprire il proprio splendore, auguro a “Diario Rossazzurro” di proseguire lungo l’importante percorso intrapreso, quello di contrastare la violenza e rendere lo sport avulso da ogni atto di teppismo fuori e dentro lo stadio e ringrazio la redazione per la possibilità che mi ha dato dato sperando in una lunga e costante collaborazione.

Auguri all’Italia, auguri alla Sicilia e tanti auguri allo sport vero.


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No alla violenza
Antonino Currò
Filippo Raciti


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